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Come non essere spiati online.

Su internet siamo costantemente controllati per offrirci servizi personalizzati, prodotti vicini alle nostre più immediate esigenze e non solo, anche i servizi segreti ci spiano. Ma come possiamo aggirare queste spie?

Semplice. Dobbiamo scomparire da Internet.

Semplice è un parolone, infatti oggi la Rete ci da tanto ma ci chiede anche tanto, ovvero di abbandonare la nostra privacy. Per questo motivo è difficilissimo rendersi anonimi nella Rete. Chi è riuscito veramente è Marcus Yallow il personaggio di un libro nato dalla mente di Cory Doctorow (blogger di Boing Boing), dal titolo “X, Little Brother”. Nel racconto Marcus è un adolescente cheper sfuggire ai controlli telematici dei servizi segreti deviati blinda le sue comunicazioni via email con la crittografia, modifica una Xbox per creare una rete privata, e incapsula i suoi dati in tunnel superprotetti. Insomma scompare da internet, ma continua a navigare e comunicare rendendosi completamente anonimo.

Per tornare al reale e uscire dalla fantasia, bisogna comunque imparare a proteggersi, conoscere gli strumenti che utilizziamo. Ad esempio, è utile sapere che i sistemi Apple sono mondi chiusi, fantastici ma solo se segui le loro regole. Che Facebook e Google sono multinazionali che vendono pubblicità. In cambio dei tuoi dati, delle tue abitudini di navigazione offrono servizi gratis. È uno scambio, niente di più.

E’ notizia infatti delle ultime settimane che Google è stata accusata di aver aggirato i sistemi di protezione della privacy dei browser Safari ed Explorer. Anche i governi stanno studiando come migliorare la privacy pensando all’obbligo di un bottone “do not track” da aggiungere a tutti i software per navigare su internet. Bottone che già c’è su tutti i browser ma che sembra ora facilmente aggirabile o quantomeno non sicuro. In ogni modo l’assalto ai nostri dati, ai nostri comportamenti in rete, alla privacy, ha ragioni che nascono con il web. Software come Crazy Eggs e Google Analitycs ma anche Doubleclick, con diverse finalità mappano le nostre abitudini quando navighiamo un sito, per fornirci inserzioni pubblicitarie mirate, spot personalizzati o campagne di informazione su misura. La leva economica che muove le grandi piattaforme di intrattenimento e conoscenza di internet che basano il proprio business sulla pubblicità. Rendersi anonimi all’interno di Facebook, dei servizi di Google o nella navigazione sono opzioni tecnologiche che forniscono gli stesse detentori delle piattaforme.

Ma gli strumenti davvero sicuri nati per renderci completamente anonimi sono altri, ma l’invisibilità ha un prezzo, richiede competenze e rinunce. Tor ad esempio è un sistema di navigazione anonima. È il più utilizzato da attivisti, hacker ma anche giornalisti che vogliono proteggere le proprie fonti o persone che vogliono sfuggire alla censura. Usarlo è istruttivo. Si naviga più lentamente, sembra di tornare indietro nel tempo. Google o Facebook non ti riconoscono più. Di colpo è come se si indossasse una maschera. Tutte le operazioni diventano più complesse perché forse siamo abituati a essere riconosciuti in rete. Lo stesso avviene quando decidi di utilizzare per le ricerche Duckduckgo, un motore che non decide cosa sia rilevante per te in base al tuo comportamento. Le risposte sono diverse da quelle che otteniamo usando il nostro account con il motore di Google.

Spesso non sono mai quello che siamo abituati a cercare e proprio per questo in qualche modo sono sorprendenti. L’uso di questi software ci insegna che i servizi di personalizzazione ci hanno abituato a vivere in campane di vetro dove gli algoritmi dei motori di ricerca scelgono con e per noi. Anche se certamente comodi e funzionali, ci rendono culturalmente poveri. Ricorrere a questi strumenti è istruttivo per comprendere le regole di chi guadagna con i servizi personalizzati o fronteggiare le minacce dei piccoli grandi brothers commerciali.

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